VITAMINA D e medicamenti dannosi


Constatato che anche le ossa sono organi viventi e che devono dipendere da un costante rifornimento di sostanze nutritive, il dottor Ronald A.Barret (Journal of Periodontology-Periodontics Marzo 1968) affermava che “in condizioni fisiologiche le ossa dell’adulto vengono costantemente ed egualmente formate e distrutte. Perciò, due gruppi principali di meccanismi sono all’opera”.

Entrambi questi meccanismi abbisognano di vitamina D.

A causa delle dichiarazioni da parte della classe medica (e dalla FDA), nelle quali si dichiarava che la vitamina D per gli adulti non fosse necessaria, moltissime persone hanno avuto timore di includere questa vitamina nella loro dieta quotidiana e questo potrebbe essere il motivo per cui si è verificata un’incidenza sempre più crescente di patologie quali Osteoporosi, Reumatismi e Osteomalacia.

Fortunatamente questo atteggiamento cambiò nel tempo e l’influenza della vitamina D nei processi metabolici ossei, fu riconosciuta e apprezzata.

Alcuni ricercatori della Washington University School of Medicine e del Jewish Hospital (entrambi a St. Louis Missouri) rilevarono che la vitamina D può servire a risolvere il problema, debilitante, della perdita ossea e delle conseguenti rotture, soprattutto in quella tipologia di pazienti sottoposti a cure steroidee.

I medici fanno ogni possibile sforzo per attenuare queste condizioni dolorose, come ad esempio l’artrite reumatoide, senza fare ricorso agli steroidi. Gli effetti collaterali di questi farmaci possono rivelarsi come la classica “toppa peggio del buco”, in quanto il sollievo temporaneo causa comunque scompensi.

Il dottor Tom Spies affermava che i dolori meno gravi dell’artrite, potrebbero essere alleviati con una cura vitaminica e che egli utilizzava il trattamento ormonale solo per i “grandi dolori”.

Gli steroidi, invece, possono ridurre il gonfiore e alleviare il dolore, ma troppo spesso il paziente si ritrova con le ossa fratturate.

Gli studiosi di St.Louis affermarono che le fratture ossee potrebbero non rappresentare il “pedaggio da pagare” per i pazienti curati con steroidi, se ad essi verranno somministrate dosi di vitamina D che, come è noto, favoriscono l’assorbimento del calcio a livello intestinale.

Poiché la terapia a base di steroidi blocca l’assorbimento intestinale del calcio, induce anche una sorta di iperparatiroidismo (iperattività delle ghiandole paratiroidee), secondo quanto comunicato dalla dottoressa Hahn della Arthiritis Foundation di Los Angeles (Medical World News, 13 luglio 1973).

I pazienti sottoposti a terapia steroidea soffrono spesso di fratture da compressione della spina dorsale.

Basta uno sternuto vigoroso per rompere le vertebre. Si pensa che questo sia causato dalla terapia a base di ormoni steroidei, i quali creano una perdita di tessuto trabecolare (che sostiene lamenti di tessuto connettivo) più che di osso corticale.

La dottoressa Hahn ha verificato che questo fenomeno è caratteristico dell’iperparatiroidismo primario, e che si può controllare con l’assunzione di vitamina D. Poiché la vitamina D corregge la perdita di osso trabecolare, causa portata da una iperattività delle ghiandole paratiroidee, potrebbe servire anche a riparare la perdita di questo osso trattato con gli steroidi.

Per confermare questa teoria, la dottoressa Hahn organizzò un esperimento.

Mediante un procedimento innovativo, chiamato osteodensitometria, riuscì a misurare sia la massa dell’osso corticale che quella dell’osso trabecolare in un gruppo di vari pazienti.

Una parte di essi soffriva di osteoporosi, un’altra parte di artrite reumatoide (alcuni non venivano curati con steroidi e altri invece si) e una terza parte soffriva di iperparatiroidismo primario.

Fu interessante notare che i malati di osteoporosi e quelli di artrite reumatoide, ma non curati con steroidi, presentavano una diminuzione del 20% sia dell’osso corticale e sia di quello trabecolare

Al contrario gli artritici che ricevevano steroidi e i malati di iperparatiroidismo, rivelavano consistenti perdite di osso corticale e trabecolare, e le perdite di quest’ultimo che potevano raggiungere anche il 50%.

 

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